IL BELLO DEI BUTTI.
Rifiuti e ricerca archeologica a Faenza tra Medioevo ed Età Moderna
mostra, dal 29 ottobre 2008 al 1 marzo 2009
Home - Mostre e appuntamenti -   Archivio mostre -  Mostra
Comunicato stampa

Boccale in maiolica arcaica con allegoria del dominio della donna sull'uomoLa bellezza -e il suo contrario- è negli occhi di chi guarda.
Basta giocare con una "r" per scoprire il mondo di ciò che, rotto, imperfetto o malriuscito, diventa brutto ed è scartato, eliminato. Buttato, appunto.
Ma il fatto che finisca in un "butto" non implica che sia "brutto" o inutile.
Noi siamo ciò che scartiamo, lo siamo sempre stati.
Ma perché buttiamo e, soprattutto, cosa, come e perché buttavano in passato? A distanza di secoli questi pezzi rivelano tutta la loro bellezza, sia come frammenti di prestigiose ceramiche, che come scarti d'artista. Diventando i messaggeri di un'epoca, un gusto, un modo di vivere, un'ispirazione...

Il Bello dei Butti
Rifiuti e ricerca archeologica a Faenza tra Medioevo ed Età Moderna

Museo Internazionale delle Ceramiche
Viale Baccarini n. 19 a Faenza (RA)

Da mercoledì 29 ottobre 2008 a domenica  1 marzo 2009
martedì-giovedì 9,30-13,30 - venerdì-domenica 9,30-17,30
Ingresso € 6,00
Info 0546.697311

La mostra illustra parte dei rinvenimenti effettuati a Faenza dalla Soprintendenza per i Beni Archeologici dell’Emilia-Romagna nel corso degli ultimi 15 anni. Un buon numero di queste scoperte è costituito dai “butti”, termine con cui indichiamo quel complesso di materiali (ceramica, vetro, metallo, resti di pasto ed altro) che veniva appunto buttato come spazzatura.
A Faenza, come in molte altre città, esistevano norme precise che si interessavano dello smaltimento dei rifiuti, prima fra tutte quella che vietava ai privati di disperderli in luoghi pubblici. Spesso accadeva quindi che pozzi, cisterne e cavità sotterrane fossero riconvertite in discariche per lo smaltimento dei rifiuti domestici. Lo studio di questi materiali -che sono prevalentemente il risultato delle attività legate alla preparazione, cottura e conservazione dei cibi- rappresenta per l’archeologo uno dei principali strumenti per comprendere la vita quotidiana del passato. Oltre a questo, lo scavo dei butti ha consentito il recupero di un’ingente quantità di ceramiche prodotte a Faenza ed in altre zone d’Italia tra la fine del XIV ed il XVIII secolo.
Vista la sede della mostra, non abbiamo ritenuto utile soffermarci sulle caratteristiche delle singole tipologie ceramiche, rimandando, per un approfondimento del tema, ad una visita al MIC (Museo Internazionale per la Ceramica).  Abbiamo cercato invece di considerare i butti rinvenuti come contesti da leggersi nel loro complesso, per i dati di carattere economico e sociale che possono fornire.
La mostra è curata dall’archeologa Chiara Guarnieri ed è realizzata dalla Soprintendenza per i Beni Archeologici dell’Emilia-Romagna e dal Museo Internazionale delle Ceramiche in Faenza, con il sostegno della Banca di Romagna e di Romagna Acque.
Il rinvenimento di butti legati all'attività delle officine dei ceramisti, presenti in gran numero a Faenza, ha suggerito di articolare l'esposizione in due percorsi: il primo affronta il tema generale dei butti nel contesto faentino, l’altro tratta quello della produzione dell’oggetto in ceramica, dalla foggiatura al momento della sua immissione sul mercato.
La spazzatura però non è solo uno strumento di conoscenza del passato ma può anche diventare ispirazione d’arte, come testimonia la mostra di Bertozzi & Casoni "Nulla è come appare. Forse", allestita al MIC fino all'11 gennaio 2009, che la riproducono con impressionante realismo.

I rinvenimenti a Faenza (1992-2007)  Proprio perché ricchi di oggetti molto spesso integri o in buono stato di conservazione, fino a pochi decenni fa i “butti” sono stati facili prede degli scavatori clandestini che, dopo aver smembrato il contesto, vendevano ai collezionisti gli oggetti più appetibili. Ciò ha comportato non solo la perdita di moltissimi reperti ma soprattutto l’irreparabile dispersione di importanti dati di tipo economico e sociale che possono essere ricavati solo dallo scavo integrale di un butto.
Il recupero integrale di un consistente numero di “butti”, frutto del costante intervento della Soprintendenza per i Beni Archeologici nel centro storico di Faenza durante nuove edificazioni e ristrutturazioni, ha notevolmente arricchito le conoscenze archeologiche della città. Si tratta di butti distribuiti nell’arco di circa quattro secoli, per la maggior parte provenienti da ambiti familiari, anche se non mancano rinvenimenti riferibili a contesti religiosi e alle numerose attività artigianali legate alla produzione ceramica, presenti in gran numero in città.

Che cos’è un butto? Come detto, con il termine “butto” intendiamo quell'insieme di ceramiche, vetri, metalli, legni, resti di pasto e altro che veniva buttato come pattume. È evidente il carico di informazioni fornite da questo tipo di immondizia. Le stoviglie ci informano sulla cucina e sulla tavola di tutti i giorni così come su quella della grandi occasioni, ossa e resti vegetali sulle abitudini alimentari, gli oggetti su alcuni aspetti dell’abbigliamento e della vita quotidiana. Gli oggetti d’uso, come gli scaldini e i pitali, sulle pratiche correnti nella vita quotidiana. Pur nella sua parzialità, il quadro ci permette di indagare alcuni aspetti che difficilmente possono essere restituiti da altre fonti.

I rifiuti, un problema sempre attuale. Fin dal Medioevo, in molte città esistevano precise norme che si interessavano dello smaltimento dei rifiuti e che dimostrano l’esistenza di una consapevolezza del legame tra gestione dei rifiuti e controllo dell’igiene pubblica. Ciononostante, soprattutto in età medievale, le norme sono volte più a vietare la dispersione della spazzatura nei luoghi pubblici che a organizzare discariche.

             

In linea di massima tutto quanto poteva essere riciclato, come il vetro o il metallo, veniva rivenduto, così come il legno, bruciato per produrre calore. I resti dei pasti erano spesso seppelliti, fungendo così da concime per l’orto. Se non si poteva procedere in questo modo o se la famiglia era particolarmente benestante -e non era quindi “ economico” avviare un riciclo- si provvedeva a smaltire in proprio i rifiuti.
Anche se si cercava di coinvolgere i cittadini, imponendo di tenere pulite le strade davanti alle case, accadeva che i rifiuti venissero gettati più o meno dove capitava e che spesso si ricorresse ad una sorta di “fai da te” per lo smaltimento dei rifiuti. Ecco quindi che orti e giardini, pozzi, cisterne e cavità sotterrane in disuso sono riconvertiti in discariche per lo smaltimento dei rifiuti domestici.
Pitale (o "vaso da notte") in ceramica decorata del XVIII secolo. Via MatteottiLo smaltimento delle acque sporche, piovane o dei rifiuti organici era in parte risolto dalla rete idrica urbana e, nelle città che ne erano dotate, dai fiumi, che divenivano il veicolo principale per sbarazzarsi dei rifiuti di ogni genere. Negli Statuti faentini del XV secolo si fa esplicito riferimento all’esistenza di un servizio pubblico di ripulitura dei pozzi e dei canali (che però spesso non funzionava).
Ciononostante era estremamente diffusa l’abitudine di gettare dalle finestre liquidi di ogni natura ed in particolare il contenuto di pitali. Il lancio veniva preceduto dal grido “guarda, guarda, guarda!”.
Man mano che ci addentra nell’Età moderna, le città vengono attrezzate con aree per lo smaltimento dei rifiuti, soprattutto di quelli più inquinanti, come gli scarti delle attività di concia o di macellazione. Nella Roma del XVIII secolo, per esempio, esistevano 228 immondezzai pubblici e le persone che operavano nelle strade erano circa 64, uno ogni 2300 abitanti. Come in tutte le altre città italiane, anche qui il fiume svolgeva una funzione importante.

Che cosa si mangiava a Faenza? I risultati delle analisi botaniche e faunistiche dei butti.
Una delle informazioni più importanti fornite dallo studio di un butto è quella relativa alle abitudini alimentari. Buona parte dei butti faentini presentava anche residui di pasto, costituiti da ossa animali e resti vegetali. Per quanto riguarda l’alimentazione carnea, i butti documentano un buon consumo di uccelli, in particolare polli e fagiani, tra le specie da cortile, e in misura minore qualche esemplare di pernice, beccaccia, beccaccino e gabbiano, tra le specie selvatiche. Tra i mammiferi, il più rappresentato è il maiale seguito dalla pecora e dal bue.
Boccale in zaffera a rilievo. Faenza, Palazzo CattaniIl sito della Scuola Ballardini ha restituito una notevole quantità di ostriche di dimensioni ragguardevoli, un dato che riconduce a persone appartenenti ad un ceto abbiente visto che questa specie è legata a contesti sociali elevati. Venivano mangiate in abbondanza anche le “poveracce”, ossia le vongole, che costituivano un cibo “di magro”, previsto per 140-160 giorni l’anno.
Il butto di via Micheline ha restituito una campionatura sufficiente a definire gli aspetti anche dell’alimentazione vegetale.
L’uva è presente seppure in quantità così limitata da non poterne ipotizzare un utilizzo finalizzato alla vinificazione quanto piuttosto come componente della preparazione di carni, pesce e verdure. Nel famoso ricettario di Cristoforo da Messisbugo, scalco alla corte estense tra la fine del XV e la prima metà del XVI secolo, l'uva figura come ingrediente di oltre la metà delle ricette. Oltre a questo frutto, i butti faentini documentano anche la presenza del fico e delle more di rovo.
Tra le verdure è presente in notevole quantità la portulaca o porcellana, un’erba spontanea -ora raramente utilizzata in cucina- che veniva mangiata in insalata oppure cotta. Documentata in discrete quantità anche l’anice, che veniva coltivato per i suoi usi alimentari e officinali.

Dalla cucina e dalla tavola. I butti databili tra la fine del XIV secolo e gli inizi del XVI. I quattro butti rinvenuti in corso Mazzini, via Micheline, via Severoli (palazzo Cattani) e via Fadina sono inquadrabili nel periodo che va dalla fine del XIV all’inizio del XVI secolo. Si tratta di butti relativi ad attività domestiche, con oggetti utilizzati per la preparazione dei cibi, o comunque riservati alla cucina, ed altri  destinati alla tavola. Tra i primi troviamo catini decorati in verde e marrone, alcune pentole da fuoco e olle molto semplici, per la conservazione, con impermeabilizzazione interna. Gli oggetti riservati alla tavola sono tutti di discreta qualità: sono presenti alcuni boccali decorati con stemmi, in taluni casi di difficile attribuzione. Molto noto invece è lo stemma della famiglia Manfredi, signori di Faenza dal 1313 al 1505. Nel caso del boccale di palazzo Cattani lo scudo è arricchito con il capo d’Angiò, aggiunto all’arma da Francesco I Manfredi come atto d’ossequio a Roberto d’Angiò, re di Napoli.
Dal medesimo butto proviene un frammento di boccale, di tipo raramente diffuso. La parte destinata ad ospitare la decorazione non è stata smaltata e questa peculiarità ci fa capire come il ceramista creasse oggetti di valenza universale, per poi personalizzarli solo dopo l’acquisto; nel caso faentino è stato dipinto, con i colori “a freddo”, uno stemma.
Tra la fine del XV e gli inizi del XVI secolo Faenza fu caratterizzata da una produzione, non particolarmente diffusa, di statuine ed oggetti a tutto tondo; a parte alcune opere di particolare importanza, la produzione era incentrata su calamai e servizi da scrittoio, a cui potrebbe appartenere il frammento di figura femminile dipinta in giallo e blu proveniente da palazzo Cattani. Al medesimo periodo appartengono anche piccole statuette di santi e giocattoli, tipologie documentate in mostra dalla figura di S. Caterina d’Alessandria e da una biglia, entrambe provenienti dal medesimo butto di palazzo Cattani.
La ciotola in maiolica berettina, decorata con l'attributo tipico dell'astrologoDi notevole interesse è infine il rinvenimento nel butto di corso Mazzini di una ciotola in maiolica berettina (con il fondo azzurro) decorata con il tipico attributo dell’astrologo, una sfera armillare tolemaica, costituita da una serie di anelli metallici che rappresentavano i cieli. Un esemplare di ciotola del tutto simile, quasi certamente uscito dalla stessa officina, fu recuperato in sterri urbani ed è ora esposto all’inizio della mostra.

Dalla cucina e dalla tavola. I butti del XVI secolo. I butti attribuibili al XVI secolo sono tutti situati a poca distanza l'uno dall'altro: corso Baccarini (Istituto d’Arte per la Ceramica "G. Ballardini"), via Campidori e via Mazzini (palazzo Grecchi).
Anche in questo caso si tratta di scarichi relativi alle attività domestiche, che comprendono quindi stoviglie utilizzate in tavola ed in cucina, vetri, resti di pasto ed altri oggetti di uso quotidiano, come una piccola fibbia da scarpe ritrovata in via Campidori.
In questo periodo le stoviglie da tavola più diffuse sono la ciotola emisferica ed il piatto, che vengono decorati con soluzioni varie ma estremamente standardizzate. E’ infatti nel XVI secolo che si inizia ad affermare il servizio da tavola inteso come corredo più o meno articolato (ciotola e piatto a cui si potevano aggiungere la scodella ed altri oggetti di diverse dimensioni), decorato in modo omogeneo a formare l’occorrente per il singolo commensale. Inizialmente destinati alle comunità religiose o alle famiglie più abbienti, i servizi divennero in seguito uno standard diffuso.
Il quadro "Il mangiafagioli" di Ludovico Carracci, che ritrae un popolano a tavola, è l’immagine fotografica di cosa si trovava comunemente sulle tavole di quel periodo: una brocca in ceramica graffita per il vino, un calice in vetro ed una ciotola smaltata, tutti oggetti rinvenuti nei butti faentini coevi. Forse l'unica differenza risiede nel cucchiaio, in legno quello del quadro, in bronzo quello rinvenuto nel butto dell’Istituto d’Arte per la Ceramica.
Sigillo da lettera, in piombo, della famiglia Delfini/ZucchiniQuest’ultimo, pur essendo abbastanza circoscritto, ha restituito oggetti di un certo interesse, che permettono di circostanziare il momento in cui venne gettato. Un piedistallo in ceramica decorato con la scena di una volpe che rincorre una lepre riporta, nella parte inferiore, la data di realizzazione, il 1575, apposta dal ceramista. Oltre a questo oggetto è stato recuperato anche un sigillo da lettera in piombo, appartenente alla famiglia Delfini/Zucchini, decorato con la figura di tre delfini, animale simbolo della famiglia. Matteo Delfini (menzionato per la prima volta nel 1572 con il nuovo cognome Zucchini) si trasferì a Faenza da Bologna prima del 1564 e nel 1586 fece erigere nella chiesa di S. Domenico una tomba famigliare con lo stemma di un delfino, a richiamo all’antico cognome di famiglia.
L’area dell’Istituto d’Arte per la Ceramica era stata oggetto, tra il 1971 e il 1972, di una serie di interventi finalizzati  all’ampliamento della struttura. La mostra offre l’occasione per presentare al pubblico parte di quei rinvenimenti e ricongiungerli a quelli effettuati nel 2007. Il recupero più sorprendente fu certamente quello di un tesoretto di monete, ritrovato a fianco di uno scheletro, forse un soldato seppellito in tutta fretta in una cavità (un pozzo?); è assai probabile che le monete fossero nascoste sulla suo cadavere e che ciò le abbia preservate dall'inevitabile furto. Si tratta di un vero e proprio tesoro, sia per l’importanza che per la rarità dei pezzi: coniate attorno alla metà del XIV secolo, le monete provengono da svariati luoghi, non solo italiani. Si tratta di fiorini delle zecche di Firenze e Milano, ducati di Venezia, genovini di Genova oltre ad esemplari ungheresi e francesi; c'è anche una fibbia, molto probabilmente pertinente al sacchetto nel quale erano conservate.
I lavori del 1972 hanno recuperato anche un singolare boccale in maiolica arcaica, con una rappresentazione che al momento è un unicum nel panorama faentino e non solo. La scena raffigura una donna che regge nella mano destra un falco mentre con la sinistra tiene per le redini l'uomo che sta cavalcando. Si tratta dell’episodio di cui sono protagonisti il filosofo Aristotele e la cortigiana Fillide di cui era perdutamente innamorato. La decorazione tuttavia alludere in maniera allegorica al dominio della donna sull’uomo, tema assai popolare sia nel Tardo Medioevo che nel Rinascimento.

Dalla cucina e dalla tavola. I butti del XVIII secolo. Il ruolo dominante che per tutto il 1600 ebbero nel panorama della produzione ceramica i cosiddetti Bianchi di Faenza proseguì e prese nuovo vigore nel Settecento, secolo a cui appartengono i due butti di via Torricelli e via Matteotti.
Il primo, rinvenuto in un silos all'interno di palazzo Ragnoli (via Torricelli), è composto da pochi oggetti molto consunti, il che dichiara la povertà del suoi possessori: un solo piatto (con un semplice decoro a peducci sulla tesa) è in ceramica smaltata mentre gli altri sono realizzati ad ingobbio. Uno di questi presenta anche un restauro antico, realizzato legando assieme i pezzi con del filo di ferro; il rimanente materiale è costituito da stoviglie da fuoco e da un pitale.
Di tutt'altro tono è il recupero effettuato in via Matteotti, un repertorio eccezionale degli oggetti in circolazione a Faenza nel XVIII secolo: centinaia di stoviglie sia destinate alla tavola che utilizzate in cucina. I numerosi piatti e catini in ceramica smaltata bianca colpiscono per la particolare grandezza mentre, tra le ceramiche ingobbiate, si segnalano tre pitali decorati con elementi vegetali in blu o policromi.
Di particolare interesse -e tipica del 1700- è anche la produzione di stoviglie per la tavola realizzate con la medesima argilla utilizzata per le pentole da fuoco, dal caratteristico color terracotta e con decori in ingobbio giallo sotto vetrina. Si tratta di materiali realizzati dalle fornaci di “terra rossa”, la cui produzione era incentrata soprattutto sulle stoviglie da fuoco (come pentole, tegami e coperchi) ma che prevedeva anche la realizzazione, in numero minore, di oggetti per la tavola di costo economico, come i piatti e le scodelle presenti in mostra. Sappiamo che nel XVIII secolo alcuni centri della Romagna, tra cui Faenza, importavano questo tipo di recipienti dal bolognese, esportando nel contempo servizi in maiolica.
Molto significativo anche il recupero di un discreto numero di scaldini (recipienti rotondeggianti con un manico sopraelevato) di provenienza ligure, a dimostrazione della diffusione di un prodotto specifico anche in aree che già disponevano delle proprie officine artigiane.

      
Gli scaldini, di provenienza ligure, rinvenuti nei butti del XVIII secolo

Dalle comunità religiose. Le indagini archeologiche condotte nei complessi conventuali portano in genere al recupero di consistenti nuclei di ceramiche utilizzate dalle comunità religiose dal Basso medioevo all’Età Moderna.
L’approvvigionamento delle ceramiche dei monasteri è un fenomeno complesso. Accanto a ceramiche presenti anche in contesti laici, troviamo produzioni decorate con generici temi religiosi -ad esempio il Golgota o il trigramma di S. Bernardino (IHS)– oppure con sigle che identificavano gli oggetti a destinazione comunitaria, come la cucina, la dispensa o il parlatorio. Oltre a queste produzioni per così dire generiche, che potevano andare bene per qualsiasi comunità religiosa, esistevano anche partite di ceramiche realizzate su commissione dei singoli conventi, con sigle alludenti al santo protettore o immagini dello stesso.
Le ricerche hanno evidenziato che le ceramiche rinvenute nei monasteri femminili sono spesso caratterizzate da sigle di appartenenza; queste ultime o sono graffite all’esterno dei recipienti oppure, a partire dal XVI secolo, sono personalizzate con sigle che vengono richieste espressamente al ceramista. Ciò pare attestare la volontà di distinguere le ceramiche di uso personale che venivano a far parte della dote che ogni suora portava al convento.
Lo scavo di questi butti consente quindi all’archeologo di investigare la vita quotidiana che si svolgeva all’interno delle comunità religiose.
Purtroppo questo tipo di rinvenimento scarseggia a Faenza. Il recupero di alcuni scarichi, di piccola entità, nell’area del Vescovado, ha portato alla scoperta di due piatti realizzati su commissione, probabilmente pertinenti ad un più nutrito gruppo di oggetti (le cosiddette “credenze”) commissionati specificatamente ai più famosi artigiani del tempo. Il primo è un piatto appartenuto al cardinale Annibale Grassi (1537-1590), vescovo a Faenza tra il 1575 e il 1588, firmato da Don Pino Bettisi (DO PI). L’altro esemplare appartiene al cardinale Bernardino Spada (1594 –1661), eletto nel 1626.
Di notevole interesse il rinvenimento, all’interno di un silos nel convento della chiesa della Commenda, di due targhe decorate con la Croce di Malta, purtroppo prive di un contesto che ci possa permettere di datarle con precisione. E’ suggestivo pensare che possa averle volute Fra Sabba da Castiglione in persona, cavaliere Gerosolimitano nel 1505, chiamato alla Commenda di Faenza nel 1515.

Piedistallo in ceramica, con decoro di volpe che insegue una lepre. Il ceramistra ha inciso sul fondo la data di realizzazione, 1575Dalle officine. Già dalla metà del XV secolo la parte occidentale della città, in particolare attorno alla parrocchia di S. Vitale, si configurava come un vero e proprio quartiere artigianale occupato da numerosissime fornaci. Qui sorgevano le botteghe dei più famosi ceramisti come i Calamelli, i Pirotti, i Viani, i Dalle Palle.
Nel periodo compreso tra il 1501 e il 1540 esistevano a Faenza più di 260 botteghe, che occupavano a vari livelli circa un migliaio di persone su una popolazione totale di circa 12 mila. La produzione doveva essere enorme: ad esempio nel 1564 l’officina di Francesco Mezzarisa fabbrica 7025 oggetti di cui la metà da consegnare entro 72 giorni dall’ordine.
Si comprende quindi che tali attività producessero un’enorme quantità di scarti: materiali per l’infornamento, come caselle e distanziatori, che venivano smaltiti una volta rotti od usurati; biscotti che presentavano difetti, ma anche scarti di cottura, eliminati sia nella prima fase di preparazione, con lo smalto ancora crudo, che in una seconda fase, quando l’oggetto era già pronto ma presentava qualche difetto che ne impediva la commercializzazione.
Non bisogna pensare che tutti gli oggetti finiti, se imperfetti, venissero scartati: esisteva infatti una commercializzazione anche di oggetti “di seconda scelta”, che per tale motivo risultavano più economici.
Solo una parte di questi scarti di lavorazione era riutilizzato come isolante nelle preparazioni pavimentali; la maggior parte degli scarti finiva invece in cavità sotterranee, come nel caso di Cà Pirota, oppure veniva gettata al di fuori delle mura urbane, come è documentato dal rinvenimento delle mura del Portello (nell’area dell’Ospedale).
Faenza è ricchissima di questo tipo di scarichi; purtroppo però in passato questi venivano scavati “scegliendo” il materiale più pregiato, come le smaltate, mentre il resto veniva semplicemente disperso.
In realtà i materiali di scarto ci raccontano come si lavorava all’interno di un’officina: ne sono un esempio le numerose prove di decorazione realizzate a pennello su biscotto, utilizzato come se fosse un foglio di carta, dagli allievi più giovani del ceramista.
Per questo motivo lo studio integrale di questi nuclei è molto importante per conoscere tutto quanto era in uso e si produceva in una fornace.

Bertozzi & Casoni, Madonna scheletrita (particolare), 2008La spazzatura è storia (ma anche arte….). Lo studio della spazzatura non riguarda solo le Età storiche ma interessa anche la contemporaneità. Ne è un esempio lo studio denominato Garbage Project (Progetto Spazzatura) avviato nel 1973 dall’Università dell’Arizona. L’obiettivo era quello di studiare i mutamenti dei consumi e della distribuzione delle risorse in una città moderna attraverso tecniche strettamente archeologiche, procedendo alla raccolta sistematica dei rifiuti nei bidoni cittadini e alla loro analisi e quantificazione. Lo studio rivelò, per esempio, che il consumo della birra, determinato dalla quantità e dalla tipologia delle lattine gettate, non concordava con quanto emerso dalle interviste dirette. Lo studio dell’Università dell’Arizona si estese in seguito anche alla “Fresh Kills Landfill” di Staten Island, New York, una discarica che, nel 1991, aveva raggiunto dimensioni tali da contenere nel suo volume 25 volte la grande piramide di Giza.
L’immondizia è stata oggetto d’ispirazione anche per l’arte: basti pensare ai bellissimi pavimenti in mosaico, chiamati asaraton oikos (stanza non spazzata), che ornavano i triclini delle domus romane. E il discorso potrebbe continuare anche nell’età contemporanea. Si pensi a quanti artisti hanno presentato opere d’arte realizzate con l’immondizia e i rifiuti del quotidiano, da Marcel Duchamp a Robert Rauschenberg, ai sacchi di Alberto Burri. La stessa chiusura della grande discarica di New York ha ispirato numerosi artisti che al New House of Contemporary Art di di Staten Island hanno realizzato la mostra "Fresh Kills: gli artisti rispondono alla chiusura della discarica di Staten Island". Tra questi, ricordiamo Steven Siegel che ha riproposto una simulazione della discarica di rifiuti con oggetti che gli sono stati donati dagli stessi cittadini newyorkesi.
Anche l’esposizione faentina mostra un esempio di contaminazione tra arte e spazzatura, con le opere di Bertozzi & Casoni che reinterpretano e riproducono con impressionante realismo tutto quanto viene scartato nella vita di tutti i giorni.

Steven Siegel, Installazione (discarica di rifiuti), Newhouse Center of Contemporary Art, New York, 2002

Download del pieghevole della mostra (Acrobat Reader)

Il Museo Internazionale delle Ceramiche in Faenza
Faenza è in tutto il mondo sinonimo di ceramica. Per secoli le manifatture faentine hanno rivestito un ruolo di fondamentale ispirazione per la produzione ceramica europea.
A celebrare quell’ininterrotta tradizione Gaetano Ballardini fondò nel 1908 il Museo Internazionale delle Ceramiche, quale punto di riferimento per la ceramica antica, moderna e contemporanea, nazionale ed internazionale.
In quell’anno la città di Faenza festeggiò il terzo centenario della nascita di Evangelista Torricelli, lo scienziato concittadino inventore del barometro, con l’esposizione che raccolse nelle sale dell’ex convento di San Maglorio – che poi ospitarono il Museo – prodotti di molte manifatture italiane ed europee accanto ad esemplari di antiche fornaci, soprattutto italiane. Tale evento segnò nel 1908 una rinascita culturale della città e la donazione delle opere ceramiche esposte costituì il punto di partenza del Museo. Esso ebbe il patrocinio di illustri personalità della cultura e dell'arte, d'ambito nazionale e internazionale, che ne facilitarono l’avvio. Il comitato locale intanto, in uno statuto approvato con Regio Decreto il 19 luglio 1912, gettava le basi per il futuro sviluppo del MIC, facendo emergere fra le motivazioni istituzionali quella di “raccogliere e disporre sistematicamente i tipi della produzione ceramica italiana e straniera”; pubblicare uno speciale bollettino di studi storici e di tecnica dell’arte ceramica; indire mostre periodiche di ceramica; “divulgare il gusto della decorazione ceramica, in modo da intensificare il suo uso estetico e nazionale nella casa, nell’architettura e nell’ambiente”; “indire concorsi internazionali per la produzione di oggetti d’uso pratico, e sotto l’aspetto della ricerca estetica e tecnica”.
Le collezioni di ceramiche del Museo, in un’ampia campionatura di documentazione mondiale, si sono arricchite prima e dopo l’ultimo conflitto mondiale attraverso acquisti ma soprattutto mediante donazioni. Il Museo faentino è, nel suo genere, la più grande raccolta al mondo: il suo patrimonio storico artistico ammonta, fra opere esposte e conservate in deposito a circa quarantamila pezzi. Accanto alla Sezione delle Nazioni – nucleo iniziale più consistente – si raccolsero esemplari di manifatture e di artisti viventi italiani, riuniti nel 1926 nella Mostra permanente della moderna ceramica italiana d’arte. Nel 1916 si fondò la Sezione dell’antica maiolica italiana, con particolare riguardo a quella faentina e, nello stesso anno, si iniziò la Sezione delle ceramiche rustiche delle regioni d’Italia, ovvero delle ceramiche popolari. Le collezioni continuarono progressivamente ad arricchirsi di nuove opere: la Sezione dell’Estremo Oriente fu ordinata nel 1919. Con estrema attualità verso gli studi e con spirito precursore del valore archeologico del territorio il MIC si rivolse anche allo studio dei frammenti ceramici. Vennero pertanto a configurarsi ulteriori importanti sezioni dedicate alla didattica, ai frammenti di scavo delle maioliche italiane del Rinascimento, alle ceramiche preistoriche, al mondo classico ed a quelle del Medio Oriente: quest’ultima largamente ampliata nel 1930 con la donazione del dottor Fredrik Robert Martin di Stoccolma. A partire dagli anni Quaranta per giungere fino agli anni Ottanta a seguito di diverse donazioni si andò altresì formando una consistente raccolta di ceramica precolombiana.
La ceramica italiana contemporanea continuò ad essere documentata a partire dagli anni Trenta con i Concorsi annuali del "Premio Faenza", che dagli anni Sessanta divennero internazionali, permettendo così al Museo di acquisire opere di artisti e di manifatture di tutto il mondo. Dal 1989 i concorsi internazionali sono divenuti biennali.
Nel corso della seconda guerra mondiale i bombardamenti sulla città di Faenza, specie quello del 13 maggio 1944, coinvolsero in maniera devastante anche le raccolte e gli ambienti stessi del MIC, provocandone quasi l’intera distruzione. A questi eventi seguì l’accorato appello lanciato dall’allora direttore Gaetano Ballardini ad amici, studiosi, collezionisti, come ai principali musei ed enti pubblici di tutto il mondo, affinché lo aiutassero a ricostruire le collezioni ed il Museo stesso.
La ricostruzione del complesso museale fortemente voluta da Ballardini fu possibile col concorso di enti ed amatori di tutti i Paesi e fu ultimata nel 1952.
Dagli anni Cinquanta ad oggi alcune importanti donazioni di ceramica antica, moderna e contemporanea hanno contribuito ad accrescere notevolmente il patrimonio artistico del MIC.
Tra gli scopi del Museo citati nello statuto del 1912 si prevedeva anche di “raccogliere pubblicazioni in modo da offrire agli studiosi un materiale bibliografico di critica, di storia, di arte, di tecnologia ceramica”. Nasce così la Biblioteca specializzata che negli anni ha continuato ad accrescere in maniera consistente il proprio patrimonio librario e documentario. La crescita della Biblioteca subì un brusco arresto per lo stesso bombardamento del ’44 che ne causò la completa distruzione. Nel dopoguerra venne ricostituita in parte con i materiali salvatisi (circa quattromila tra volumi e opuscoli) e in parte con alcune generose donazioni.
Il fiorire degli studi sulla ceramica nell’ultimo ventennio, una costante politica di cambi e di acquisizioni hanno portato ad un incremento del patrimonio della Biblioteca attualmente attestato sui sessantamila volumi, con opere provenienti da tutto il mondo.
Dal 1913 vengono pubblicati la rivista bimestrale Faenza, repertorio di studi storici sull’arte della ceramica, e una serie di testi di storia della ceramica, di carattere anche didattico, oltre a volumi annuali sulle diverse Collezioni del MIC dalla prima metà degli anni Ottanta.  Un ausilio fondamentale per gli studiosi fu dato dal costituirsi a partire dal 1927 della Fototeca della Ceramica, voluta dal Ballardini come particolare strumento di documentazione fotografica delle opere in ceramica conservate nelle collezioni pubbliche e private di tutto il mondo.  Un importante ruolo didattico è rivestito dal Laboratorio “Giocare con l’arte”, ideato nel 1979 da Bruno Munari, col preciso intento di fornire ai bambini una consapevole lettura degli oggetti del Museo, attraverso lo svolgimento di attività manipolative. A questo convergono le scuole materne, elementari e medie prevalentemente del territorio faentino, includendo pure la partecipazione a corsi speciali di insegnanti, ceramisti italiani e stranieri.
Compreso nella struttura del MIC è anche il Laboratorio di Restauro che con specifica competenza tecnica si occupa della conservazione delle opere del Museo, organizza corsi specialistici ed indirizza la propria attività anche a committenti privati e pubblici.
Il Museo è stato interessato negli anni Novanta da un processo di trasformazione che anche al presente, grazie all’aumento degli spazi espositivi, vuole mirare ad una più razionale e ottimale presentazione delle opere al pubblico.
Nel 1996 ha preso avvio l'Istituzione Museo Internazionale delle Ceramiche in Faenza e nel 2001 l’Amministrazione Comunale ha costituito la Fondazione con lo scopo di conferire al Museo stesso una maggiore autonomia gestionale.

 

Promosso da:

Soprintendenza per i Beni Archeologici dell'Emilia-Romagna e Museo Internazionale delle Ceramiche di Faenza, con il sostegno di Banca di Romagna e Romagna Acque

Quando: inaugurazione martedì 28 ottobre 2008 alle ore 18
aperta al pubblico da mercoledì 29 ottobre 2008 a domenica 1 marzo 2009
Orari: Invernale  (1 novembre - 31 marzo)  dal martedì al giovedì 9,30-13,30 - dal venerdì alla domenica e festivi 9,30-17,30
Estivo (1 aprile - 31 ottobre) dal martedì alla domenica e festivi 9,30-19,00
Il museo è chiuso: 1 gennaio, 1 maggio, 15 agosto, 25 dicembre.
Costo biglietto:

Intero: € 6,00
Ridotto speciale: € 4,50 (tessera FAI, Coop, ACI, CTS, Federcampeggi, Dopolavoro ferroviario, Italia Nostra, Cral Poste)
Ridotto: € 3,00 (anziani oltre 65 anni, ragazzi dai 12 ai 16 anni, studenti di scuole medie superiori e universitari, gruppi di almeno 15 persone, soci T.C.I., soci Amico Treno, militari, invalidi)
Ridotto scolaresche: € 2,50
Gratuito: Cittadini residenti nel Comune di Faenza, Amici della Ceramica e del MIC, ragazzi fino a 11 anni, studenti e docenti ISA e ISIA Faenza, ceramisti faentini, scolaresche faentine, tour operators, giornalisti, studiosi, ricercatori, portatori di handicap

Città: Faenza
Luogo: Museo Internazionale delle Ceramiche in Faenza
Indirizzo: Viale Baccarini n. 19
Provincia: Ravenna
Regione: Emilia-Romagna
Per informazioni: Tel. 0546.697311 - Fax 0546.27141    E-mail: info@micfaenza.org  website www.micfaenza.org